Lo specchio dei desideri: intervista a Jonathan Coe

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La piccola Claire trova un pezzo di specchio che ha lo strano potere di riflettere un mondo molto più affascinante di quello reale, appesantito da egoismi, litigi e ingiustizie. E’ solo un’illusione, oppure è il primo passo per cambiare la realtà? Lo si scopre ne Lo specchio dei desideri (Feltrinelli, traduzione di Delfina Vezzoli e illustrazioni di Chiara Coccorese,  pp. 96, euro 12) di Jonathan Coe, dove lo scrittore inglese mette da parte le trame corpose che lo contraddistinguono e, rivolgendosi ai ragazzi con una storia gradevolissima anche per gli adulti, racconta in modo semplice e avvincente cosa voglia dire crescere senza rinunciare ai sogni…

Quando Claire scopre le proprietà magiche dello specchio, decide di non rivelarle ai genitori…

Le mie figlie mi nascondono di sicuro qualche segreto, ed è giusto che sia così. La famiglia corre un po’ il rischio di diventare uno stato di polizia, con i genitori sempre impegnati a spiare e a vigilare. E invece è importante che i figli abbiano delle libertà, e tra queste la libertà di avere segreti. Io da bambino ero molto introverso. C’era tanto che tenevo dentro di me, senza condividerlo coi miei genitori. E’ stato questo ad indirizzarmi verso la scrittura.

E quando ha iniziato ad avere un approccio personale, tutto suo, alla lettura?

Piuttosto tardi. Intorno ai 15 anni. Paradossalmente la cosa che mi ha aiutato a farlo è stata la televisione. Erano gli anni Settanta, la mia ossessione erano i Monty Phyton. Nella biblioteca scolastica mi imbattei in un libro – Vita e opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo di Laurence Sterne – che mi sembrava fare con la letteratura quello che i Monty Phyton facevano con la televisione. Né i miei insegnanti né i miei genitori mi avevano consigliato quel libro: l’ho scoperto da solo, capendo che la letteratura poteva essere divertente e sovversiva. Per me è stata una grande rivelazione.

Claire, dopo alcune scaramucce con le sue compagne di scuola, comincia a capire come funziona la società: i ricchi se la cavano sempre. Quale è stato il momento in cui lei ha cominciato a notare le differenze sociali?

E’ successo a Cambridge, al Trinity College: un istituto d’élite. Lì per la prima volta che ho incontrato persone che mi hanno fatto sentire socialmente inferiore.

Nel libro Claire scopre che la biblioteca pubblica è stata chiusa per fare spazio ad un centro commerciale. Oggi la lettura è ancora percepita come uno dei modi migliori per passare il tempo?

Il libro oggi deve competere con molti più media, rispetto al passato. E questi media ormai sono diventati tutti “portatili” come il libro. Però penso che ci sarà sempre uno spazio per la lettura, che fornisce quel momento di pace e di intimità sempre più difficile trovare altrove, e quindi diventerà ancora più preziosa di oggi.     (© La Repubblica / Giuliano Aluffi)