Il mestiere dell’attore: parla Silvio Orlando

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I segreti della recitazione rivelati da uno degli interpreti italiani più importanti e amati: Silvio Orlando.

Cosa fa di un attore un bravo attore?

In un film, anche se fai una performance straordinaria, il risultato è sempre una media che è determinata dalla tua prestazione e da quella dei tuoi colleghi. Per me la cosa più importante, e anche la più difficile, è sentire gli altri attori e intonarsi con loro. Invece di chiedersi “Come dico questa battuta?”, bisognerebbe partire da “Come ascolto questa battuta?”. E’ lì che si crea la differenza tra un attore che riesce e uno che non riesce: tutto sta ad intonarsi con gli altri attori. Non puoi mai, a priori, definire esattamente come reciterai una battuta: la dirai in un certo modo con un attore o in modo diversissimo con un altro. Io pongo al centro della mia recitazione, prima del dire, l’ascoltare. Poi su quello costruisco tutto.

Lei si sente più un attore che imprime la sua personalità al personaggio, o un attore mimetico, che si cala nel personaggio fino a sparire?

Tutti e due i modi di porsi rispetto a un personaggio – potremmo citare come massimi esponenti di queste due scuole di recitazione Mastroianni e Volonté – comportano il rischio di diventare ingombranti per il film. Il rischio dell’eclettismo, della recitazione mimetica è quello di voler mostrare quanto si sia bravi fino a perdersi in un eccesso di tecnica. Anche per l’altro approccio c’è un rischio: maturare una visione un po’ pigra della recitazione. Io tendenzialmente appartengo al partito che fa capo a Mastroianni. Sia in un caso che nell’altro, comunque, l’attore deve cercare di entrare in un mondo poetico che non è il suo, ma quello del regista, e mettersi al servizio della sua idea. Sintetizzerei il mio approccio dicendo che io ho bisogno comunque di sapere che posso portare i miei panni, poi magari me li aggiusto addosso nella misura che è richiesta dal film. Poi sono sempre più consapevole dell’importanza del margine…

Il margine?

Il margine del set: una linea immaginaria che c’è intorno al set e che separa quello che è fatto per il film da quello che non riguarda il film. Anche il tempo fa parte del margine: quando l’attore ha molto mestiere, gli bastano pochi minuti per entrare ed uscire dal film. Dapprima per calarti nel personaggio ti ci vuole un’ora, poi mezz’ora, poi dieci minuti… Continuando così, riducendo il margine, finisce che dieci secondi prima di girare fai tutt’altro, un po’ come Michele Placido che, vestito da Cristoforo Colombo, nel Caimano, prenota ristoranti al telefonino poco prima del ciak. Se tu invece quel margine, ossia quell’impegno, quello sforzo di calarsi nel personaggio lo aumenti, poi nel film si vede. Più margine c’è, più c’è amore. E poi un po’ di quell’amore alle persone in sala arriva. Se riduci il margine, invece, arrivi alla televisione, a una visione industriale del tuo lavoro. Molti pensano che tutto quello che un attore fa debba essere funzionale al film. E invece secondo me non è così: questo è un mestiere che si basa anche su un dispendio di energie, di fatiche e di talento. Devi sprecare per poi fare arrivare il talento che serve e la bellezza che serve. Per fare un esempio: di solito un film si fa in otto, nove settimane. Nanni Moretti invece ce ne mette più di venti. Tutto questo tempo in più può essere frutto di un perfezionismo che qualcuno potrebbe anche considerare nevrotico… si può pensare che sia tempo inutile… però poi alla fine quel di più nel suo cinema c’è, e si avverte.

Esiste uno specifico dell’attore italiano?

La natura dell’attore italiano nasce dalla storia del nostro teatro, che è un teatro nomade, vagabondo. L’invenzione dei teatri stabili è una cosa recente, e soprattutto nemmeno gli stabili poi sono tanto stabili: girano moltissimo, invece di stare fermi! In Francia c’è la Comédie-Française, in Inghilterra c’è l’Old Vic e il teatro si svolge a Londra e la gente va a Londra a vedere quel tale attore che recita quella tale cosa. Gli attori italiani, invece, prendono il loro carro e girano per tutti i comuni italiani. Ciò produce un tipo di attore che cerca la condiscendenza del pubblico, cercando sempre di capire chi ha davanti e adoperandosi per ottenerne il favore. E’ forse un nostro piccolo limite, ma in fondo è anche la nostra forza. Inoltre, forse noi attori italiani siamo un po’ deboli nei… compiti a casa, ossia nel portare sul set un lavoro sul personaggio già fatto a casa. Però questo è anche un po’ la bellezza del nostro modo di lavorare, perché l’attore che ha studiato troppo il personaggio poi alla fine non abita il set, non trae profitto dalle relazioni con gli altri attori. Non si fa sorprendere dal set. Il risultato sono quei film dove vedi attori che si muovono in un nulla un po’ astratto. Il cinema che piace a me, invece, è un cinema dove senti che la cosa che vedi è nata lì, in quel momento, dove c’è un elemento di casualità anche molto forte, e soprattutto gente che si è messa in gioco in quel momento.

A proposito del mettersi in gioco… Mazzacurati mi ha raccontato che nelle scene finali di Un’altra vita, quando Claudio Amendola la aggredisce sulla spiaggia, il fatto che voi due finiste a lottare in acqua è stato frutto di una improvvisazione anche un po’ rischiosa…

E’ stato un episodio… colorito, anche a tinte fosche, se vogliamo! Quando abbiamo girato quella scena io ero reduce da una malattia: si era fermato il set per un mese, e io riprendevo dopo questo mese di di febbre a quaranta. E questa scena così violenta, ha preso un po’ la mano a Claudio… gli è partita la brocca, come si suol dire! Improvvisando, mi ha trascinato nell’acqua gelida, era novembre… Io poi per una settimana ce l’ho avuta con Mazzacurati perché pensavo che lui e Amendola si fossero messi d’accordo. Invece Mazzacurati, mentre girava la scena, pensava che ad essere d’accordo fossimo io e Amendola… Insomma: se qualcuno non avesse dato lo stop, Claudio mi avrebbe ucciso veramente!

E’ facile immaginare che, quando lei va a passeggio, ci siano molti fan che la salutano, le chiedono l’autografo… Rimpiange mai i tempi in cui poteva andare in giro tranquillamente?

Totti ha il sogno di poter passeggiare per via del Corso senza essere fermato. Io invece ho il sogno opposto: sogno di non potermi proprio muovere, in via del Corso, per via dei fan!

(versione integrale di intervista resa da Silvio Orlando a Giuliano Aluffi e pubblicata in forma più sintetica su “D, la Repubblica delle Donne” nel 2007)