Il canto delle balene

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Frank, rockstar un po’ appesantita dagli anni, è appena tornato dalla sua tournée stagionale alle Hawaii. Gli è bastato esibirsi un po’ per radunare folle di appassionati, con i più scalmanati tenuti a freno da un paio di guardie del corpo. La sua canzone nuova ha toccato la vetta in hit parade, e l’hanno cantata tutti quanti. Però c’è qualcosa che ancora non sapete di Frank: pesa quaranta tonnellate, è lungo quattordici metri ed è un cetaceo: più precisamente una megattera (Megaptera novaeangliae), ossia la più impressionante voce marina. «Se ti immergi dalle mie parti, a Maui (Hawaii), senti il canto delle megattere anche a quindici chilometri di distanza» ci racconta Charles “Flip” Nicklin, il miglior fotografo di balene al mondo, autore di Among giants: a life with whales (University of Chicago Press).

«Quando sei sopra di loro, il canto sale su vibrando dal fondo della barca e rimbomba sulle pareti. Per le ricerche del mio amico Jim Darling (oggi direttore della Pacific WildLife Foundation), negli anni Settanta mi immergevo spesso fin sotto le code delle megattere per fotografarne il ventre, così che i biologi potessero identificare il sesso. Beh, quando sei a pochi metri da loro, il rumore è forte come il motore di un jet. Riempie ogni cavità d’aria nel tuo corpo: è come essere dentro un grande tamburo suonato da un gigante». Proprio come sotto i mega amplificatori di un concerto rock. Gli studiosi le definiscono “canzoni” perché sono versi emessi secondo una gerarchia precisa, che prevede un certo numero di “temi”, ognuno dei quali composto dalla ripetizione di “frasi”, a loro volta sequenze di suoni. E soltanto oggi – grazie ai sorprendenti risultati di uno studio decennale pubblicati a maggio su Current Biology da Ellen Garland e Michael Noad dell’Università di Queensland (Australia) –  sappiamo che queste canzoni si diffondono negli oceani seguendo una vera e propria hit parade: «Quando arrivano nuove megattere in una zona abitata da un’altra popolazione, e portano con sé una particolare canzone, dopo qualche anno tutti i maschi della zona ne cantano una versione molto simile. Ciò dimostra  una trasmissione di tipo culturale tra le megattere» spiega Andrew Wright, biologo marino della George Mason University di Fairfax.

Già, ma a cosa servono queste canzoni? Perché i cetacei, ossia gli esseri viventi che più di tutti gli altri sono sinonimo di “materia”, con le loro tonnellate, danno tanta importanza ad una cosa immateriale e sfuggente come il canto? Per capirlo seguiamo una megattera cantante insieme a Jim Darling: «Se le stai dietro per qualche ora, vedrai questo schema: la megattera canta, poi quando viene raggiunta da un altro maschio, smette. I due nuotano a fianco per una decina di minuti, e poi si separano per raggiungere altri cantanti. E così via, a domino» racconta l’esperto.

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«Ciò che è veramente strano è che tutto questo, pur succedendo solo nella stagione degli amori, da novembre ad aprile, quando molte megattere convergono nelle acque calde delle Hawaii, coinvolge solo i maschi. Di sicuro non è un richiamo sessuale: le femmine lo ignorano».  Per Marc Lammers, zoologo all’Università delle Hawaii, la canzone è il modo in cui i maschi si fanno pubblicità. «Attraverso il volume e il tono del canto, i cantanti dicono qualcosa di sé ai potenziali concorrenti per gli accoppiamenti. Con l’intensità del loro canto si presentano come maschi dominanti per intimorire altri maschi, o per convincerli a diventare loro gregari, preziosi aiutanti contro individui più aggressivi». I guardaspalle di una rockstar, in pratica. «Devi immaginare un gruppo di maschi che segue una femmina. E’ come il tour de France» interviene Flip Nicklin. «Alla fine solo pochi riusciranno ad accoppiarsi, quelli che hanno amici pronti a difenderli in caso di risse tra corteggiatori. Le canzoni aiutano a radunare un gruppo di alleati». Questa ipotesi è in linea con le osservazioni sul passaggio di cultura tra balene, commenta Lammers: «Se la canzone diventa una sola per tutti, risulta molto facile comparare i vari cantanti per capire chi sia più sano o più possente». E con la forza delle megattere non si scherza: «Nel 1979, la prima volta che sono andato sotto la sua coda, Frank ad un tratto la sollevò bruscamente. Io temevo stesse per darmi un colpo di coda, che mi avrebbe ucciso. Sarebbe stato come sbattere contro un muro. Ero nel panico più totale, poi però ho capito che l’aveva fatto solo per controbilanciarsi e chinare la testa verso di me. Voleva studiare chi o cosa fossi». Ed è nata così una strana amicizia tra il fotografo e la megattera rockstar.

Un rapporto coi suoi riti: «Da allora ho incontrato Frank una decina di volte. Di recente, il giorno prima dell’anniversario del nostro incontro di trent’anni fa, l’hanno visto a meno di un chilometro da dove ci conoscemmo. Purtroppo io non c’ero, e mi fa impressione pensare che  Frank sia di nuovo là fuori a cantare, come se avesse ancora qualcosa da dirmi».   (© La Repubblica / Giuliano Aluffi   – foto di F. Nicklin)